​​ ALVARO DEPRIT

It was already Thursday

PORTFOLIO

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In un indefinito spazio urbano dalle tinte pastello e atmosfere fiabesche, Alvaro Deprit ci racconta il suo incontro con una città e con una comunità di immigrati, di pellegrini contemporanei, che ci vive. Il suo sguardo abbina la spoglia lucidità dei New Topographics ad una surreale malinconia che fa pensare a Tim Burton e ai quartieri residenziali di Edward Mani di Forbice, descrivendo un senso di impalpabile stranezza che emerge dalla banalità del quotidiano, la sensazione che qualcosa sia fuori posto. Il tempo appare bloccato, statico, ripetitivo : it is always thursday. Questo tempo peró mostra anche i sedimenti e le tracce del suo passaggio nella città, nella stratificazione materiale di oggetti, poster sovrapposti che si staccano, cassette delle lettere troppo piene. Appena al di fuori del perimetro cittadino, alla mutevole luce pomeridiana, natura ed aree verdi sembrano  recuperare terreno sull'urbanizzazione.

 

Questa serie è l'ultimo capitolo, dopo Suspension e Fiesta, di un gruppo di lavori che il fotografo ha intitolato Rendez-vous, Things that happen. Tutti questi progetti parlano di comunità, di ricerca di identità, di un sentimento di vaghezza e incertezza legato ai movimenti, incontri e flussi dell'esistenza. Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa in più su questa favola contemporanea e sull’immaginario che la caratterizza, tra l’onirico e il documentario.

Rachele  Ceccarelli

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Montesilvano (Abruzzo) è una città che rappresenta una delle realtà di passaggio sviluppatasi negli anni 60 in maniera disordinata. Comprende centri commerciali e zone di abusivismo edilizio; si compone di una via principale costellata da una miriade di negozi commerciali e d'intrattenimento di vario genere e breve durata. Oggi è una delle città che raccoglie le varie comunità di immigrati della regione.

Durante il periodo nel quale ho scattato, ho frequentato una comunità nigeriana evangelista attirato dal contrasto del mondo da loro ricreato e il resto del contesto. In un momento di passaggio della mia vita ho sentito conforto nel loro contatto, nell'osservarli e percepire la loro leggerezza nel rapporto con le vicissitudini della vita. 

 

Questo lavoro è associato ad altri due progetti, Fiesta e Suspension, sotto il titolo di Rendez-vous, Things that happen. Rendez-vous è riferito all’idea di incroci di materiali, paesaggi e vite di persone, nonchè quello che ritrovo io in questo incontro. Mi sono reso conto che l’elemento comune era proprio quello di esperienze di vita forti in cui si trovano i personaggi e questo abisso esistenziale che si apre davanti al loro futuro. In tutte le tre storie, ma soprattutto in questa  grazie alla componente di fede, i protagonisti paradossalmente e inaspettatamente riescono a essere leggeri e a trovare una spinta vitale. Questo luogo mi ha dato l'idea di una bordertown dove arrivano i nuovi pellegrini con una forte componente religiosa, che devono fare i conti con il contesto.

Evidenziare la convivenza dei due piani di realtà, quello fisico-materiale della città (che si comporta in un certo modo, si stratifica e ha dei tempi) quello mistico della comunità (fluttuante, galleggiante) mi ha fatto riflettere sull'emergere di un livello transitorio, di un aggregato; qualcosa di complesso, nato da una rete di reciproca informazione che noi possiamo soltanto descrivere. Gli elementi venuti a contatto in questo luogo hanno suscitato la mia curiosità, un movimento oltre al simbolico e lo stereotipo culturale. La mia idea iniziale era quella di raccontare e descrivere questa favola, che è emersa dall’unione ed incontro di un luogo con i protagonisti, che sembrano fuori posto. Una caratteristica che m’interessa di Edward Gorey, dalla cui opera proviene la citazione del titolo, è il modo di narrare nel quale il tempo sembra svanire, non scorre, gli sfondi sono indeterminati e si percepisce una calma innaturale. Un approccio che sembra una distorsione surrealista e ironica, ma in realtà si avvicina ad una visione della realta' proposta dalla fisica attuale, nella quale il tempo non è poi cosi a fuoco, cosi' come le relazioni tra gli elementi venuti a contatto. 

 

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Il mio modo per conoscere un luogo o una città è, nella pratica, molto spontaneo : gironzolo come se fossi un bambino, che ha uno sguardo immediato ed ingenuo sugli oggetti che gli parlano di un luogo. In seguito ho rintracciato delle sovrapposizioni, delle strafiticazioni materiali, mi è sembrato che certi oggetti sintetizzassero la dinamica (stratificazione e passaggio) e la statica (il suo ripetersi) del empo. Dal punto di vista puramente visivo ci sono delle situazioni che mi riportavano a un immaginario fiabesco (l’immagini dei nani, del castello, la sfera magica, il cigno etc.) e mi sembrava interessante inserirli in contrasto con questo contesto di frontiera della città. In certe immagini ho incollato ritagli di oggetti delle brochoures e riviste pubblicitarie trovate nelle cassette della posta, una mia astrazione dell’idea di movimento che c’è alla base della storia che ho voluto presentare, come se fosse un pulviscolo che resta. Decontestualizzarli mi è sembrato un modo per lasciare un interrogativo sulla natura degli oggetti, delle relazioni e del tempo.

 

Per quando riguarda referenze e spunti visivi nelle mie fotografie, sono stato influenzato dall'arte visiva americana nel mio percorso e i New Topographics sono sicuramente tra i riferimenti che preferisco dal punto di vista di stile fotografico, anche la versione inglese in autori come Paul Graham e Jem Southam. M’interessano i luoghi di passaggio, che apparentemente si mostrano spogli e leggeri, ma con attenzione si possono osservare le tracce e lo stratificarsi delle storie. Sono anche un grande appassionato di cinema ; volevo studiarlo all'università, ma non fu possibile. La struttura cinematografica mi influenza molto nel modo di raccontare, perchè per me è essenziale l'ambiente o il mood in cui ogni storia è sommersa, mi serve come filo conduttore, colonna portante della narrazione.

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ALVARO DEPRIT - BIO

Alvaro Deprit è nato a Madrid e vive in Italia dal 2004. Ha studiato Filologia tedesca all UCM di Madrid e Otto Friedrich di Bamberg (Germania) e Sociologia all'Università D'Annunzio di Chieti (Italia). Si concentra sull'idea che la trama del mondo provenga da processi relazionali, l'idea che la realtà sia meno solida di quanto sembri. E quindi interessato alla natura narrativa dell'identità vista come un processo emergente  dell'individuo che esiste come modello relazionale. Alvaro è l'autore di tre libri e il suo lavoro è stato esposto in festival e gallerie ad Arles, Roma, Barcellona, ​​Madrid, Londra e New York e i suoi clienti e pubblicazioni includono New York Times, Newsweek, Playboy, Internazionale, Vanity Fair, Das Magazin, L’Espresso, National Geographic, The Fader, Riders, Bulletin, L’Espresso, The Guardian, El Pais, NZZ, DLaRepubblica, British Journal of Photography. Ha vinto il British Journal of Photography Award, PHotoEspaña Human Values ​​Award, Viewbook Contest, Fotocanal tra gli altri.

www.alvarodeprit.com