MARINA CANEVE


INTERVIEW

"Il nostro futuro ha un aspetto minaccioso. Dunque, come sempre, riponiamo fiducia e speranza nelle nuove generazioni. Diventeranno cosi intelligenti da risolvere i nostri problemi. Tecno-ottimismo. Ma forse stavolta non c’è più nulla da risolvere. Dovremmo forse, invece, mutare le nostre abitudini? Raccontare storie diverse, sulla forza della natura, sull’ambigua relazione con la nostra unica (per ora) Terra e sull’idea che abbiamo di essa. Come rapportarci con Gaia d’ora in avanti – questo è il problema."

dal saggio di Taco Hidde Bakker

"Quando sono stata invitata a realizzare un progetto a Cavallino Treporti, una piccola città vicino a Venezia racchiusa tra il mar Adriatico e la Laguna veneziana, mi sono concentrata sugli adolescenti e sulla parte più verde del paesaggio circostante. In relazione a questi tempi storici così urgenti/contingenti, rifletto sull’adoloescenza come fase della vita caratterizzata non dalla fragilità fisica, ma piuttosto dalla ricerca emotiva di un equilibrio – in relazione sia con gli altri, sia con un mondo esterno dove natura e cultura si intrecciano, dove le situazioni critiche si presentano e si espandono."

Marina Caneve

Nella tua breve presentazione di The Shape of Water Vanishes in Water parli del tuo interesse per l'adolescenza in quanto fase di ricerca di equilibrio. La questione dell'equilibrio é connessa anche al territorio rappresentato in questo lavoro, un ecosistema lagunare tra terra e mare, tra spazi naturali e urbanizzazione, con tutte le sue fragilità. Mi ha colpito questa definizione e mi ha fatto pensare alla tua pratica artistica in maniera più generale, in particolare nel rapporto tra l'essere umano e ambiente, tra comunità e habitat. Penso per esempio al progetto Calamita/à, alla catastrofe come mancanza di stabilità. Pensi che la riflessione sull'equilibrio possa essere uno dei fili conduttori che animano la tua ricerca?

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Sicuramente sì, come lo sono la vulnerabilità e la complessità. L’equilibrio mi interessa se vuoi in senso figurato e concettuale, figurato nel caso di sperimentazione e ricerca nella visualizzazione di quest’idea, concettuale soprattutto per quanto riguarda i sistemi complessi, ovvero come ricerca di delicato sistema di equilibri tra punti di vista, discipline, saperi diversi. Il mio processo di ricerca va nella direzione dell’incontro tra intuizione e ricerca e viceversa, quindi necessariamente si confronta costruzioni di equilibri e sicuramente la catastrofe può essere intesa come una mancanza di stabilità; in questo senso la catastrofe si inserisce come una catastrofe prima di tutto percettiva che ha a che vedere con il confronto con temi apparentemente troppo complessi per essere rappresentati.

A differenza di Calamita/à o Are They Rocks or Clouds? dove la catastrofe è evidente, in The Shape of Water Vanishes in Water è latente. Taco Hidde Bakker in uno dei suoi scritti che accompagnano le immagini ci chiede che cosa ne sarà di questi luoghi una volta che il livello dei mari si sarà innalzato, come si adatterà questa società – la nuova generazione – a questa contingenza?
E se la catastrofe è latente, i ritratti dei ragazzi sono una sorta di ponte tra la memoria, l’identità e il futuro di quei luoghi.

Marina Caneve, The Shape of Water Vanishes in Water, courtesy of the artist

Le tue ricerche sono spesso di lunga durata, indagini d'archivio, antropologiche, storiche, sociali – per esempio Are They Rocks or Clouds?  o il recente La valle tra le cime e le stelle. Questo invece è un progetto più corto, una commissione su invito di Cavallino Treporti Fotografia. Conoscevi già la città e questo territorio? Com'è stato sviluppare un progetto in tempi così diversi? Come ha influenzato la tua esplorazione artistica e i tuoi incontri con luoghi e persone?

In verità non avevo mai scoperto questa lingua di terra verde che separa la molto più costruita e mondana Jesolo dalla laguna di Venezia. Questo progetto, oltre ad essere stato realizzato in un tempo diversissimo rispetto a quelli che citi, aveva anche alle sue spalle uno storico di 9 edizioni della stessa commissione in cui autori, tra cui alcuni dei miei Maestri, si sono occupati di sviluppare delle riflessioni sull’identità di questo luogo. Questo è importante da citare, perché necessariamente il bagaglio di questi lavori mi ha fatto sentire il bisogno di fare delle scelte ben precise fin da subito. Ho cercato prima di guardare al territorio in maniera clinica e mi sono fatta dirigere da delle intuizioni legate in particolare alle specificità e all’economia del luogo. Le persone, i ragazzi, assolutizzano il progetto, i paesaggi lo riportano invece ad un luogo specifico.

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Marina Caneve, The Shape of Water Vanishes in Water, courtesy of the artist

Il concetto di paesaggio, che riveste un ruolo fondamentale nel tuo lavoro, è molteplice e sfaccettato. Oltre alla dimensione estetica di origine pittorica, di veduta, scenario (che implica sempre un punto di vista), un paesaggio racconta sempre delle storie di relazioni tra comunità e territori, di connessioni tra persone e luoghi, di trasformazioni e tradizioni. Ci puoi parlare in generale dell'origine del tuo interesse per il paesaggio e più in particolare di come hai scelto di rappresentare il territorio di Cavallino Treporti?

 

Non è tanto il paesaggio che mi interessa quanto l’ambiente, inteso come sistema complesso fatto di relazioni tra noi e ciò che sta intorno a noi, inteso come spazio, memoria, cultura. Mi viene in mente un’esperienza che risale a quasi dieci anni fa, quando lavoravo al mio primo progetto, 1km – il Labirinto, un progetto che tratta la costruzione del punto di vista nelle analisi urbane e in fotografia. Lavorando a questo progetto mi sono resa conto che mi interessava moltissimo come l’urbanistica si occupasse strettamente della relazione tra di noi e lo spazio, e in particolare del delicato equilibrio e le vulnerabilità che sfociano nella e dalla relazione tra uomo e ambiente.

Dell’urbanistica per esempio (cosa che ha in comune con la fotografia) mi interessa la necessità di un atteggiamento da un lato rigoroso e dall’altro curioso, esplorativo.
Nel caso di Cavallino Treporti mi sono accorta subito della dicotomia esistente tra laguna e mare e a quel punto ho scelto di esplorare questo universo. Naturalmente il processo si è affinato nello stare nel luogo e nel sperimentare sul campo quelle che erano le mie idee iniziali.
Il paesaggio in particolare è diventato il verde e l’uso che ne viene fatto, soprattutto la contaminazione tra una certa forma di verde che rimanda al paesaggio lagunare e un’altra che rimanda all’ambiente marino.
Inoltre sono presenti una serie di immagini realizzate da un punto di vista alto, riferimento da un lato al controllo del territorio, dall’altro alla sua storia con un richiamo in particolare alla presenza delle antiche torri telemetriche.

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Marina Caneve, The Shape of Water Vanishes in Water, courtesy of the artist

C'è una certa vulnerabilità intrinseca nell'atto di farsi fotografare. Trovo che i ritratti, più di altri “generi” fotografici, mettano in luce delle questioni etiche di relazione, di scambio di sguardi, di responsabilità legata all'inquadrare, al mostrare e mostrarsi, al guardare, nel rapporto che si instaura tra soggetto, fotografo e spettatore. Nell'incontro con l'altro spesso si mescolano desiderio di svelare e di celare, in una complessa dinamica di intimità e distanza. Anni fa rimasi colpita da un termine usato da Walter Benjamin per descrivere le foto dello scozzese David Octavious Hill: “distanza discreta ” e mi è tornato in mente osservando i tuoi ritratti. Puoi dirci di più su questa parte del tuo lavoro?


Ritengo la mia visione più laterale che frontale, più discreta che invadente, sfrontata. Parlando di fotografia e in particolare di vocazione documentaria, uno dei miei massimi riferimenti è il catalogo della prima grande mostra di fotografia documentaria in un museo d’arte in Europa, Cruel and Tender (Tate, 2003). Quello che mi intriga in particolare di questo “evento” è lo sguardo che ne esce in generale quasi per tutti gli autori coinvolti, riassumibile con la definizione che Lincoln Kirstein dà del lavoro di Walker Evans, ovvero empatico ma senza atteggiamenti pietistici. Lavorando ai ritratti ho pensato spesso a questa definizione e all’idea di vicinanza e lontananza tra i ragazzi – autoctoni e turisti – che popolano il territorio di Cavallino Treporti; i bordi delle fotografie molto spesso sono sporcati da elementi che entrano proprio a rievocare una connessione con l’esterno, oltre che con l’altro.

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Marina Caneve, The Shape of Water Vanishes in Water, courtesy of the artist

Nel libro di The Shape of Water Vanishes in Water le foto sono accompagnate da una saggio in VI capitoli di Taco Hidde Bakker, scritto per l'occasione. Questo dialogo tra immagine e testo (ma anche documenti d'archivio, ricerche scientifiche etc), spesso presentato/creato grazie a delle pubblicazioni, mi sembra essere parte integrante del tuo processo artistico.
 

Penso di potermi definire una persona curiosa e mi piace vedere come la fotografia possa interagire con altre discipline e contesti, non tanto perché pensi che la fotografia non possa bastare a se stessa, quanto piuttosto perché mi incuriosisce e stimola sperimentare cosa si genera attraverso contaminazioni, collisioni, epifanie o conferme. Questo modo di lavorare si adatta molto bene alla forma del libro e anzi ti dirò che cercare di organizzare i materiali che produco in forma editoriale (anche magari di prodotti provvisori) mi aiuta a generare un’ordine e anche ad affinare quelle che magari inizialmente erano più che altro delle intuizioni.

Mi ripeto forse, il mio lavoro è parte di un processo di scoperta e la presentazione è parte del lavoro stesso in cui i tasselli di un mosaico prendono forma, in cui alle volte i materiali interagiscono. Libri e installazioni li penso come dei labirinti perché mi permettono di mettere in atto un processo esplorativo, dove fotografie scattate oggi, immagini d’archivio e ogni altro materiale sono equivalenti, ma soprattutto ci induce attraverso collisioni di senso a rimanere intrappolati tra conferme e contraddizioni. Se dovessi pensare ad un riferimento letterario per esempio citerei W. G. Selbald che nei suoi testi si concentra su una sorta di maniacale dialogo tra frammenti. Roberto Gilodi in un ritratto di Sebald apparso su Doppiozzero nel 2012 scriveva “La sua tessitura si regge su una maniacale ermeneutica del frammento, quasi si trattasse di ritrovare il filo d’Arianna che può condurre fuori dal labirinto, anche se poi il labirinto, anziché condurre ad un altrove porta diritto al centro della tragedia, negli strati profondi della psiche sconvolta di chi l’ha vissuta.”
Mi ispiro a questo nel mio lavoro.

MARINA CANEVE - BIO

Marina Caneve è una fotografa che lavora con un approccio interdisciplinare. Nel suo lavoro Caneve affronta i temi della vulnerabilità, ambientale, sociale e culturale, e della costruzione della conoscenza attraverso le arti visive. Oltre all’attività artistica dal 2019 insegna al Master IUAV in Photography. È co-founder di CALAMITA/À (2013-ongoing), una piattaforma di ricerca che pone la sua attenzione sui temi delle catastrofi, i grossi cambiamenti, la memoria e la politica. CALAMITA/Á è nato per indagare la catastrofe del Vajont (1963) e coinvolge un gruppo di autori internazionali i cui lavori sono raccolti nella pubblicazione The Walking Mountain, CALAMITA/Á (2016). Nel 2018, insieme a Gianpaolo Arena e a Vulcano, ha fondato Osservatorio Cortina 2021.

www.marinacaneve.com