SARA PALMIERI

INTERVISTA

Sara Palmieri, La Forma del Silenzio, courtesy of the artist

Trovo la scelta del termine Scenario come titolo di uno dei tuoi lavori emblematica, anche considerando la tua formazione di architetto e le tue esperienze professionali come scenografa e interior designer. Scenario implica un ambiente costruito, allestito, illusorio, come quello che crei nelle tue foto. Puoi parlarci della tua riflessione in immagini sullo spazio e sul nostro modo di vederlo, rappresentarlo, viverlo?

 

Il mio lavoro parte da un presupposto: l'impossibilità di definire un verità assoluta nella nostra esperienza del reale, perché la realtà non è oggettiva, ma composta di parti visibili e non visibili, di materia e di spirito, così come ne siamo composti noi.  Questa esperienza è soggettiva e definita dalle esperienze fatte, dalla memoria, dal contesto in cui troviamo, sociale, culturale, e dai codici che ci uniscono. È attraverso il nostro rapporto con lo spazio che noi definiamo la nostra conoscenza della realtà. La costruzione di uno spazio ci permette di determinare il nostro esserci qui e ora; attraverso il corpo che abitiamo e le sue relazioni spaziali lasciamo le nostre tracce nel tempo. Quello che mi interessa di un'immagine sono le infinite possibilità di interpretazione che può fornire, i meccanismi percettivi, con tutto quello che può recare al suo interno, come simboli, riferimenti, tracce di mappature infinite, affinché ognuno possa estrarre dei codici e provare ad interpretarli in maniere differenti e libere. Un'immagine per fare questo deve essere, così come la realtà stessa, una sommatoria di stratificazioni di spazio, tempo, di ciò che è facilmente percepibile e ciò che non lo è.

Come una finestra spazio-tempo, che grazie ad uno spostamento di senso, un'ambiguità, un mistero, ci disturba e ci fa sentire sperduti, senza connessione con gli usuali riferimenti, e ci costringe a farci delle domande differenti. La fotografia intesa come semplice documento di cioè che vediamo per me fissa un ricordo, ma non basta a raccontare, ad aprire porte e finestre. L'artista diventa raccoglitore di questi frammenti di esperienza, mattoncini per la costruzione di un mondo più complesso in cui installarsi; crea un possibile nuovo scenario ed invita lo spettatore ad entrarci, a farlo suo, a continuare la narrazione in maniera sensoriale ed intuitiva.

Ecco perché Scenario reca in sé questi riferimenti finzione e messa in scena: rappresenta la volontà di creare un'architettura dell'invisibile, un teatro del possibile, delle infinite sfaccettature del reale, senza imporre una verità univoca e facilmente riconoscibile. ll lavoro contiene riferimenti a Breton, al surrealismo, alla rappresentazione metafisica, alle teorie sull'inconscio e sull'interpretazione dei sogni di Freud. Metto in scena dei frammenti della realtà percepita, dell'esperienza personale, e ricostruisco delle nuove realtà ipotetiche. Le foto diventano oggetti, spazi, pareti, pavimenti, un luogo tridimensionale in cui inserirsi. Propongono una nuova ipotesi di spazio. Costruisco delle immagini che sono di per sé delle azioni performative, dei risultati di un'esperienza e sedimenti di una costruzione. Non c'è mai manipolazione digitale; il processo utilizzato è sempre analogico e tale deve essere. Questo processo è per me fondamentale: è proprio nel gesto stesso del fabbricare, nell'atto fisico del mettere insieme questi frammenti, come metaforica manipolazione dei vari elementi visibili ed invisibili della realtà, ricomposti e ricostruiti, che avviene un'esperienza sensibile poi trasferita nell'immagine.

Sara Palmieri, Scenario, courtesy of the artist

01_  M.,Untitled,2015,analog,dim,Sara Pa

Sara Palmieri, M., courtesy of the artist

Ricordo ancora la nostra conversazione a proposito di M., quando ci siamo conosciute, anni fa. È un progetto che mi ha sempre affascinato: il legame tra due donne di diverse generazioni, la riflessione sulla memoria, l'identità, la femminilità. Le protagoniste di questo tuo primo lavoro sono due donne e l'universo femminile è rimasto un tema centrale della tua creazione artistica: il femminino come performance, relazione, corpo. Potresti dirci qualcosa in più?

 

M. è il lavoro che ha dato inizio alla mia ricerca attraverso la fotografia ed è partito proprio da un'immagine, una foto di mia nonna da ragazza, che racchiudeva in sé fascinazione e domande irrisolte, storie non raccontate e possibilità di narrazioni altre. Soprattutto perché è un'immagine che mi ha accompagnato lungo tutta la vita, che ha suscitato proiezioni di bimba e adolescente, per questo immaginario femminile, estetico soprattutto, ma anche perché racchiudeva delle storie che in fondo, non sapendo, mi permettevano di fantasticare, di immaginarmi altrove. Mi potevo riconoscere, era un'immagine che narrava qualcosa di me, anche se ancora da esplorare. La storia vera l'ho saputa solamente quando mia nonna è morta e io ho trovato un baule con la ciocca di capelli che aveva tagliato a quattordici anni, immediatamente dopo quella fotografia, e una lettera dalla Cina che raccontava di questo concorso da lei vinto per i capelli più belli del mondo. Si è aperta quella storia, quella possibilità che l'immagine celava e poi i capelli e una lettera hanno rivelato. Un viaggio mai realmente compiuto da una donna che è rimasta nel suo villaggio per tutta la sua vita, ma che è stato possibile con l'immaginazione, che l'ha portata in una condizione differente rispetto a quella in cui vivevano lei e le altre donne dell'epoca. Allora tagliarsi i capelli rappresentava un rito di passaggio tra la fanciullezza e l'età adulta, un rito che simbolizzava certe convenzioni dell'epoca: la donna diventava adulta e si sposava, restava a casa, si occupava della famiglia.

Questo progetto mi ha permesso di conoscermi, di riconoscere un'identità all'interno di una storia, di una famiglia, di un luogo e di un'epoca. I capelli rappresentano la connessione, i fili che si intrecciano nella linea femminile della mia famiglia, quelle trecce sono un simbolo dei legami, sono i miei capelli intrecciati a quelli di mia nonna. Ma contemporaneamente simboleggiano anche un'emancipazione da certe costrizioni: della memoria, di una storia scritta da altri, del ruolo femminile dettato da questa memoria. Sono diventati il punto di partenza per scrivere una mia storia, una metafora di liberazione che mi sono portata dietro anche in altri lavori, inserita in contesti spesso metafisici e surreali. C'è un rimando evidente ad una simbologia dei capelli legata alla femminilità (che si può ritrovare in Flaubert o Baudelaire) unito alla volontà di sovvertire il significato e l'iconografia di quell'immagine, rivisitandola secondo codici costantemente riscrivibili.

Sara Palmieri, La Forma del Silenzio, courtesy of the artist

La Forma del Silenzio prende ispirazione dalla teoria della relatività di Albert Einstein, uno dei più celebri scienziati del '900. A me però fa soprattutto pensare alle pratiche erudite e sperimentali  degli alchimisti, in particolare la presenza dell'oro – che già avevi utilizzato nell'installazione di Scenario a FotoHaus ad Arles. La manipolazione della materia, la realtà che si anima, la combinazione inusuale di elementi per creare qualcosa di nuovo ed inatteso.

Mi piace molto quando dici che questo lavoro ti fa pensare alle pratiche sperimentali degli alchimisti, alla manipolazione della materia e della realtà. La Forma del Silenzio parte da un interrogativo sulla percezione di spazio e tempo e si ispira alla teoria della relatività di Einstein, secondo cui tempo e spazio non sono assoluti e distinti dalle altre sostanze del mondo ma, in quanto tessuti che compongono la complessa realtà dell'universo fisico, sono interdipendenti e in relazione con ciò che esiste. Questa rivelazione per me ha aperto la possibilità di vedere il tempo come qualcosa che riguarda molto più noi piuttosto che il cosmo, come dice anche Carlo Rovelli in L'Ordine del Tempo.

 

Faccio un continuo parallelo tra il micro e il macro, tra corpo umano e corpo celeste, con la necessità di suggerire allo stesso tempo un luogo fisico e uno stato mentale. Scienza e poesia rappresentano il dualismo di cui siamo composti, ovvero materia e spirito; un binomio imprescindibile legato sia all'esperienza fisica di manipolazione della realtà, sia ad un approccio che si affida all'intuizione per risolvere alcune domande che altrimenti non avrebbero nessuna spiegazione. La possibilità di comprendere il reale implica sia una relazione fisica con esso, sia l'accettazione del mistero, passando quindi attraverso la messa in discussione delle interpretazioni convenzionali, il trascendere i significati canonici, il far vacillare le certezze. In questo c'è la sperimentazione, in questo c'è l'alchimia. Ovvero il tentativo di manipolare la materia, di riassemblarla in modo differente, di farlo fisicamente come metafora del provare a definire una propria lettura della realtà. Per rispondere a questa necessità di sperimentazione fisica, al di là dell'approccio filosofico, ho scelto Lanzarote: un luogo « altro », simile ad un pianeta, che porta in sé molti rimandi alle forze primordiali e cosmiche, dove gli elementi, la terra e i vulcani, sono  molto vivi e presenti. Lì ho messo in atto dei processi sperimentali e performativi di interazione con lo spazio e la materia, e la fotografia è diventata lo strumento di documentazione di questi esperimenti.

Nel tentativo di invitare lo spettatore ad entrare in uno spazio altro, in una realtà tridimensionale  creata dall'immagine, ho anche progettato una installazione site specific per La Forma del Silenzio, alla galleria Matèria. Tutti i sensi sono attivati, tramite una complessa esperienza fisica, visiva, uditiva. Il terreno è coperto da una sabbia nera vulcanica che ricorda il territorio di Lanzarote, ma vuole anche essere une metafora del tempo, deformato dal nostro passaggio. La roccia rappresenta la materia primordiale da cui tutto si genera e in cui tutto torna, portatrice dei sedimenti di tempo.  Allo stesso tempo è un rimando immediato all'interconnessione tra corpo e materia, al ciclo della vita: noi stessi diventiamo polvere, ci trasformiamo in elementi, tramite un processo di cambiamento e rigenerazione continua. Questo rapporto tra corporeo e cosmico è evocato anche da un suono ritmico che ricorda sia un battito cardiaco sia il Big Bang. L'oro pervade l'installazione, dal suolo alle immagini. È un simbolo di fragilità, dell'effimero; rappresenta l'illusione di poter possedere e comprendere, invano, il mistero della vita e dell'universo. L'installazione prevedeva una parete dove era ricostituita una costellazione immaginaria, ricreata attraverso le foto. C'è un rimando all'idea delle analogie, che è anche il sistema usato da Einstein per dedurre la teoria della relatività. Ogni immagine è legata alle altre: corpo, materia, roccia, oro... tutto è correlato, in un processo di interazione, riconoscimento reciproco e metamorfosi costante.

34_La Forma del silenzio_09.jpg

Sara Palmieri, La Forma del Silenzio, exhibition at Matèria Gallery

17_la plume_book_16.jpg

Sara Palmieri, La Plume plongea la tête, courtesy of the artist

La sperimentazione sulle modalità di presentazione e ricezione delle immagini è un aspetto fondamentale della tua pratica artistica, dal libro/esposizione La plume plongea la tête, alle costellazioni di La Forma del Silenzio fino a progetti come il recente Così è se vi pare. Potresti raccontarci qualcosa su questa tua ricerca, in particolare il relazione all'editoria?

 

Torno all'idea di costellazione come sistema di analogie, come generazione di connessioni tra immagini nello spazio. Questo sistema, che ho utilizzato in La Forma del Silenzio, è ricorrente nel mio lavoro. La plume plongea la tête è un libro d'artista che presenta un parallelo con la poetica di Mallarmé non solo nel simbolismo, ma anche con il processo stesso di scrittura del poeta francese, che prevede un utilizzo delle parole come se fossero elementi mossi in uno spazio orizzontale e verticale.

Ho tentato di riprodurre questa modalità rappresentativa, questa possibilità di leggere immagini e simboli in direzioni differenti facendone una propria interpretazione. È lo stesso approccio che metto in pratica anche in un'installazione o nella realizzazione di un'immagine complessa come in Scenario. Il libro si può aprire in diversi modi, essere letto in varie direzioni e percorso liberamente. È un oggetto tridimensionale, con cui interagire; non solo un libro, ma un'esperienza. Questa per me è una costellazione: un sistema di significati che permette di costruire una propria mappa.

 

Adotto questo metodo anche nella mia esperienza come docente, per un'educazione alle immagini che va dal concetto alla forma. Spesso creo un percorso che parte da un'idea per arrivare a realizzare un oggetto finale, traducendo un'immagine in uno spazio. Così e' se vi pare, per esempio, è un corso online partito durante il lockdown il cui titolo prende spunto dall'opera teatrale di Pirandello. Ho chiesto ai partecipanti di proporre un elemento da cui partire, in questo caso un tema che per loro era stato dominante o mancante durante in confinamento. Ho fatto poi fare un percorso attraverso un sistema di analogie e connessioni tra le immagini stesse, basato sull'intuizione, invitando a dipanare i codici e perdere i i riferimenti. Il risultato è un gioco in scatola, in cui ogni gruppo di carte è il lavoro di uno dei partecipanti al corso: un oggetto fruibile che permette di ridisegnare le proprie costellazioni attraverso un sistema di analogie e rimandi tra le immagini dei vari autori. Un invito a partecipare, a interagire con lo spazio creato durante questa esperienza collettiva, a continuare il dialogo.

SARA PALMIERI - BIO

Sara Palmieri è un artista che utilizza la fotografia come mezzo principale per indagare la nostra percezione del tempo e dello spazio, che nella sua ricerca sono sia gli strumenti con cui lavora che l’oggetto indagato. I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in festival e gallerie, tra cui Matèria Gallery, Plenum Gallery, Fotohaus ParisBerlin Gallery Arles, Istanbul Biennal, Athens Photo Festival, Focus Photography Festival Mumbai. Ha pubblicato due libri d’artista, M. e La plume plongea la tête per il quale, tra i vari riconoscimenti, ha vinto il Premio Marco Bastianelli come miglior libro fotografico italiano autoprodotto. Nel 2018 è finalista del Full Contact Award SCAN Tarragona, e nel 2020 del Prix Mentor. Il suo lavoro è presente in vari magazine stampati ed online, inclusi The British Journal of Photography, Photoworks Annual, Yogurt magazine, Wittykiwy, ed è parte di antologie collettive quali A Place Both Wonderful and Strange (Fuego Books), Il sangue delle donne (Postmedia books), Il corpo solitario - L’autoritratto nella fotografia contemporanea Vol.II (Rubettino Editore). Dal 2013 si occupa di sviluppo del potenziale attraverso la fotografia (con l’Associazione RVP di cui è cofondatrice) e tiene corsi e workshop presso varie realtà legate al mondo della fotografia. Vive e lavora a Roma.
  

www.sarapalmieri.com

 

Sara Palmieri, Scenario, courtesy of the artist